Gli scatoloni dell’import

Marinavo la scuola. Non per dormire.

Alle 9 ero già in Via S. Andrea delle Fratte, davanti a Best Record, per imparare la materia più bella del mondo, il funky.

La serranda si alzava a metà, e dall’odore capivi subito se era arrivato qualcosa dagli Stati Uniti.

Dentro c’erano gli scatoloni. Sempre quelli, di cartone marrone con scritto a pennarello “IMPORT”.

Il tipo li apriva col cutter e noi stavamo lì, in 4 o 5, a guardare come se fosse un rito.

Il gesto più bello del mondo: prendere il disco nuovo, strusciare il cellophane sui jeans per scaldarlo, ed aprirlo di netto senza fare un graffio. Poi la copertina in mano, annusarla. Era la prova che esisteva davvero.

Fu lì che conobbi Stefano Carletti. Lui girava già. Parlava poco, guardava le etichette, ne prendeva 2 o 3 e basta, e senza averle mai ascoltate le alternava sui 1200 con la sua solita sicurezza.

Stefano proveniva da un’esperienza al Much More di Via Luciani, per poi diventare il dj alla consolle dell’Alibi. Per noi era già un punto di riferimento, anche se aveva solo qualche anno in più.

Da Best Record, così come da Goody Music, passavano tutti i DJ di Roma. Non ci si parlava tanto. Ci si guardava. Se uno prendeva un disco, voleva dire qualcosa.

La musica arrivava così, a singhiozzo. Dipendeva da chi era andato a Londra o a New York quel mese.

Se non lo importavano loro, quel pezzo a Roma non esisteva. Punto.

La radio facevano il resto. Una volta che entrava a Dimensione Suono diventava una hit anche se in America l’avevano suonata due volte. A Roma erano gli speakers a decretarne il successo.

L’ambizione vera però era un’altra: la cassetta della serata.

Quella con la firma del DJ.

La riascoltavamo per settimane con gli amici, a casa sul rack nuovo di zecca, o sullo stereo dell’auto, cercando di indovinare i dischi nuovi. Era il nostro Spotify, e chi usciva dal locale con quella cassetta in mano era tra i fortunati del gruppo.

Poi a metà anni ‘90 andai a New York. Entrai da Virgin a Times Square e mi si bloccò il cervello.

C’erano le cuffie appese. Potevi ascoltare il CD prima di comprarlo. Tutto.

Non dovevi fidarti del titolo, della copertina, del sentito dire o della tua conoscenza in fatto di arrangiamenti e produzioni.

Lì capii quanto ci eravamo persi a Roma: una miriade di titoli usciti nel tempo ed ancora da scoprire. E anche quanto eravamo stati fortunati.

Perché quel poco che avevamo, lo avevamo consumato tutto. Lo sapevamo a memoria.

Con Internet e poi YouTube è arrivata l’alluvione. Una marea di dischi che non avevamo mai visto.

Ma il rumore dello scatolone che si apre alle 9 di mattina, quello non me lo toglie nessuno.

Rob The Guardian


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